Sandro Gozi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega agli Affari europei, si sforza di essere ottimista. Cominciò a far politica con Prodi e con l'Ulivo e oggi il Pd è per lui l'unico pilastro contro il rischio di una destra xenofoba alla Salvini o del populismo grillino. Per questo, a chi immagina scissioni, dice: «Il nemico non è Renzi».

Il Pd è sull'orlo di un baratro politico. Crede la scissione sia ormai inevitabile?

«Dobbiamo assolutamente evitarla. Credo e temo che la scissione condanni il Pd alla irrilevanza per due lustri. Da primo e più grande partito d'Italia, il Pd rischia di diventare la terza forza dietro il M5s e le destre».

La minoranza accusa di Renzi di voler dettare le regole, di volersi fare un partito personale. Il Pd è il partito di Renzi?

«Renzi ha fatto un'apertura importante, ha aperto le porte a un dialogo possibile sia sulla leadership che sulla politica del Pd. Il Pd non è un partito personale, non è di nessuna singola personalità. Non è di Bersani, non è di D 'Alema, non è di Renzi, è di tutti coloro che lo fondarono, è degli iscritti che vogliono l'unità e non la scissione, è dei tantissimi militanti che ci chiedono anche in queste ore che si parli del Pd e dei problemi dell'Italia e non di calendari e di date del congresso».

Eppure il segretario è visto come un ostacolo all'unità.

«Chi vuole contestare Renzi, chi non lo accetta o chi ritiene che sia un corpo estraneo al partito, chi non ne condivide la linea politica, anziché parlare di scissione lavori per costruire una leadership alternativa. Le battaglie si fanno all'interno del partito. Il congresso lo dobbiamo fare per questo e, ancora di più lo dobbiamo fare per tornare finalmente a discutere di politica, per affrontare e risolvere i tanti problemi che interessano le persone. Gli italiani non si appassionano a discussioni su nomi e date».

Però la discussione si è impantanata proprio sulla data. Renzi vorrebbe fare le primarie a fine aprile, Franceschini propone il 7 maggio, la minoranza spinge per farle in autunno. Quella sulla data è una discussione pretestuosa?

«L'appello che ci fanno i militanti e gli elettori del Pd è un chiaro no alla scissione. La nostra gente ci chiede di restare uniti. E non può non saperlo Pier Luigi Bersani, che viene come me da una regione come l'Emilia Romagna in cui l'unità è un valore fondamentale. Io proverei vergogna, nei prossimi giorni, a spiegare agli elettori della mia regione che ci dividiamo per una data. Cerchiamo meno alibi e meno scuse e guardiamo al merito. Si faccia un confronto serio, anche duro, ma non si prenda in ostaggio il partito per una strategia che non ha come fondamento il bene comune».

Intravede una soluzione?

«Una possibile mediazione c'è. In tanti concordano sulla possibilità di trasformare la prima parte del congresso in un grande dibattito sul programma e di fare, nella successiva, le primarie. Si possono conciliare le due esigenze e tutti siamo chiamati a lavorare in questa direzione».

Lo scontro nel Pd rischia di minare la stabilità del governo?

«Certamente la scissione sarebbe un fatto negativo per il governo, motivo in più per evitarla. Le parole di Renzi sono molto positive, ha spiegato che il governo è atteso da appuntamenti europei e internazionali rilevanti e che il Pd è impegnato a sostenere Gentiloni. Poi, certo, prima o poi si voterà e il Pd dovrà impegnarsi non solo a valorizzare le riforme fatte durante il governo Renzi ma anche a promuovere nuove politiche che contrastino molto di più le disuguaglianze sociali, aiutino i giovani, combattano la povertà. Il congresso deve servire anche a questo, non serve un astruso dibattito interno su regole e date».

Delrio in un fuorionda quasi rimprovera Renzi di non aver chiamato esponenti della minoranza. Una telefonata allunga la vita del Pd?

«Secondo me, no. Detto questo, più i vari protagonisti si parlano direttamente meglio è».

Si sente ottimista?

«Sono determinato, come lo siamo tutti, a fare tutto ciò che si pub fare per non tornare a venti anni indietro. Ho cominciato a fare politica con Prodi, sono stato impegnato per l'Ulivo, sono un fondatore del Pd. Con la rete di Campo democratico da anni mi impegno per consolidare il Pd e allargare il campo riformista. Se il Pd viene meno si torna alle divisioni che tanto male hanno fatto alla sinistra. Sarei in grandissima difficoltà politica e personale».

Con il rischio, concreto, di perdere le elezioni.

«La scissione favorirebbe la destra xenofoba, razzista e intollerante della Lega e il populismo dei M5s. Il Pd è chiamato a esercitare un ruolo che va oltre se stesso, il Pd è un pilastro della democrazia e spaccarlo lascerebbe il campo a Salvini e alla Raggi, che non è un errore commesso dal M5s, la Raggi è il M5s, è esattamente ciò che capiterebbe all'Italia se il M5s dovesse vincere. A chi ventila la scissione dico, attenti, il nemico non è Renzi, gli avversari sono Grillo e Salvini».

Intervista a Paolo Mainiero pubblicata su Il Mattino di sabato 18 febbraio 2017