«Il vertice di Roma è il primo vero segnale politico che i Ventisette hanno saputo dare assieme dopo la Brexit. E' stato un successo. È la dimostrazione che credere nella Ue», spiega il sottosegretario agli Affari europei, «non fa perdere voti. Alle prossime elezioni dobbiamo sventolare questa bandiera: per essere alternativi ai populisti e, soprattutto, per salvare l'Europa dai chi la vuole distruggere, come la Lega e i 5Stelle in Italia, ma anche dagli errori fatti finora».

La Brexit nella dichiarazione finale del vertice non viene citata ma tra breve iniziano le trattative con la Gran Bretagna e la Ue non ha ancora una posizione.

«L'accordo firmato da tutti per rilanciare l'Unione ci rafforza in questo delicato negoziato. Ma due cose devono essere chiare: tratta con il governo di Londra, una sola parte, cioè la Ue, e non ventisette Paesi di versi; al tavolo poi bisogna lavorare non in chiave revanchista, ma per limitare i danni. Che saranno comunque maggiori per il Regno Unito».

C'è la corsa ai 73 seggi all'Europarlamento oggi assegnati ai britannici.

«Il governo italiano ha proposto di eleggere questi 73 deputati con liste transnazionali, da presentare contemporaneamente in tutta il continente: non si voterà più in base al Paese d'appartenenza, ma in relazione a una visione d'Europa, a un partito europeo. I capilista dovrebbero essere poi i candidati alla presidenza dell'Unione europea».

Lei, di fatto, sta proponendo l'elezione diretta del capo della Commissione?

«In parte sì, anche se attraverso un processo più graduale viste le differenze tra i partner. Più in generale, e lo stesso vale per le cooperazioni rafforzate o per un bilancio per la zona euro, dobbiamo lavorare da qui al 2019 per un'Europa politica. La quale, ma è una mia posizione personale, dovrebbe poi diventare federale».

Nella dichiarazione finale l'Europa a due velocità è invece abbozzata.

«Nel documento invece guarderei al messaggio sul quale i Ventisette hanno concordato: ci possono essere anche ritmi e intensità diversi nell'integrazione tra i diversi Stati membri, ma dopo Roma nessun veto nazionale potrà tenere ferma la Ue. Entrando più nello specifico, e relativamente alla governance, è chiarito che la porta rimane sempre aperta per tutti. Contemporaneamente includiamo in questo processo anche le istituzione europee. Non sono stati ripetuti gli errori che accompagnarono l'analoga proposta di Schäuble e Lamers sul nocciolo duro del 1994, fallita proprio perché sceglieva ed escludeva dieci Paesi su quindici».

In pratica come si realizza questo progetto?

«Gli strumenti li abbiamo già: la cooperazione rafforzata o gli accordi internazionali da inserire in un secondo momento nei trattati come è stato per Schengen sulla libera circolazione delle persone, che fu firmato nel 1985 e al quale hanno aderito negli anni seguenti i diversi Paesi».

Finora questi strumenti non hanno dato grandi risultati.

«Non è vero: prendiamo il brevetto europeo. L'Italia prima non era d'accordo, l'abbiamo sbloccato noi, intanto però è andato avanti».

Sarà, ma non sono troppi i dieci anni che vi siete dati per rilanciare la Ue?

«A Roma avremmo potuto anche inserire obiettivi più ambiziosi, ma l'importante era portare i Ventisette sulle stesse posizioni, dopo anni nei quali l'Europa ha fatto notizia soltanto per i muri, la mancanza di solidarietà sui migranti o la disintegrazione. Il bilancio, ripeto, è più che positivo. Ed era un risultato insperato due anni fa, quando Matteo Renzi e io decidemmo di dare a queste celebrazioni una valenza politica. A maggior ragione se pensiamo che dopo la Brexit, l'accordo sui cambiamenti globali, la politica di Putin e l'elezione di Trump non avevamo ancora dato all'esterno un segnale politico unitario».

Gentiloni ha annunciato passi avanti anche su welfare ed economia.

«Dall'inizio l'Italia ha fortemente voluto che l'elemento più innovativo dell'accordo fosse affiancare all'unione monetaria e a quella economica, che va riformata, anche un'unione sociale. In quest'ottica il prossimo passo sarà il Summit sociale di Goteborg del 17 novembre, sul quale lavoriamo con la Svezia per rafforzare la protezione sociale. Per noi non può esistere l'Unione se non si elevano i diritti sociali di tutti i lavoratori dei 27. Ripresenteremo la proposta di un sussidio di disoccupazione comune lanciato durante il nostro semestre di presidenza europea. Vogliamo poi rafforzare gli strumenti di lotta contro la disoccupazione giovanile, andando oltre Garanzia Giovani».

Più difficile sarà modificare il Fiscal Compact o creare una garanzia sui depositi.

«Dobbiamo ripensare l'economia europea. Entro fine anno dobbiamo valutare come ha funzionato il Fiscal Compact e decidere se e come inserirlo nei trattati. Ma l'Italia è contraria a questo passaggio senza cambiamenti concreti. Allo stesso modo vogliamo costruire un bilancio ad hoc, magari guidato da un unico ministro del Tesoro, sotto controllo parlamentare che abbia maggiori strumenti e risorse per gli investimenti».

E se la Germania, invocando l'Europa a due velocità, bloccasse i vostri piani?

«Angela Merkel ha già chiarito che l'Eurozona è di per sé un'area a "velocità maggiore". Dopo le elezioni francesi e tedesche dovremmo sederci intorno a un tavolo per una trattativa che non sarà facile».

Intervista di Francesco Pacifico per il Mattino, pubblicata il 27 marzo 2017