Il vicepresidente della Commissione Europea, Valdis Dombrovskis, si traveste da alfiere del rigore e sostiene che "la trasposizione del Fiscal Compact nel diritto europeo è qualcosa che abbiamo tutti concordato dall'inizio".

Eppure molti di noi hanno sempre il Fiscal Compact un "obbrobrio giuridico" e avevano indicato da subito la necessità di limitare i danni che avrebbe provocato a Europa e Italia.

Nel bel mezzo della tempesta finanziaria, con l'Italia sull'orlo del baratro, la vera ragione politica del compromesso sul Fiscal Compact era di rendere possibile l'essenziale intervento di liquidità della BCE di Mario Draghi.

Ricordiamo inoltre che la ratifica del Fiscal Compact da parte degli Stati membri fu posta come condizione per poter eventualmente accedere agli strumenti per l'assistenza finanziaria dell'ESM (European Stability Mechanism).

Da allora sono passati cinque anni e la situazione è molto diversa. Come prevede lo stesso accordo sul Fiscal Compact (caro Valdis, leggiamolo bene…), dobbiamo prima valutare come ha funzionato e poi eventualmente decidere se e come inserirlo nei trattati.

Benissimo. La nostra valutazione è che vari aspetti del Fiscal Compact e di quelle regole complesse e astruse chiamate "pack" (ogni volta dobbiamo rileggercele tanto sono complicate) siano da modificare. Se finalmente cominciamo a riformare in modo serio la zona euro e a rifondare l'UE – e noi vogliamo farlo dal 2014…! – dobbiamo ridiscutere troppe regole decise sotto la "dittatura dell'urgenza". Oggi sono in parte obsolete e in parte dannose. Invece di aiutare i paesi a ridurre il debito lo fanno aumentare.

Per questo, come ho ribadito ieri in Parlamento, noi, in assenza di vere riforme europee della zona euro, siamo contrari a inserire il Fiscal Compact nei trattati UE.

Vogliamo una strategia europea per gli investimenti che aiuti lo sviluppo invece di deprimerlo.

Vogliamo un euro che accompagni e incoraggi le riforme e faciliti i veri investimenti nazionali. Il debito pubblico va ridotto in modo sostenibile, senza indebolire la crescita. Vogliamo che la lotta contro disoccupazione e diseguaglianze abbia la stessa forza e importanza dei processi finanziari. Vogliamo, dopo tutto, tornare a Maastricht, in cui l'impegno era di tenere il deficit sotto il 3%, e ripartire da Lisbona, che indica come grande obiettivo comune il progresso economico e sociale e la lotta alle diseguaglianze.

Per questo, diciamo NO all'inserimento del Fiscal Compact nei Trattati. E diciamo SÌ ad una più forte Unione dello sviluppo, delle protezioni e delle opportunità per tutti.

Articolo pubblicato su "In Cammino" il 22 giugno 2017